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Capitolo Terzo

Politiche e Relazioni Economiche Interne

 

 

"Siamo entrati in una nuova fase della cooperazione Asean….
Il mondo è cambiato e sta cambiando. Per questo dobbiamo adattarci a questi cambiamenti se vogliamo che l'Asean continui a mantenere la sua rilevanza ed importanza internazionale".

Goh Chok Tong, ex primo ministro di Singapore, a proposito dell'introduzione dell'AFTA.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3.1 La cooperazione in seno all’ASEAN : quadro introduttivo

Questo capitolo cercherà di evidenziare le politiche e le relazioni economiche interne sviluppate dall’ASEAN nel corso dei primi 30 anni di esistenza, rivolgendo particolare attenzione all’aspetto di esse più caratterizzante, la cooperazione regionale nei diversi settori.

Fra di essi spicca, come in qualsiasi altra forma di aggregazione regionale impostata su base economica, quello del commercio infraregionale. In questo ambito si darà notevole rilievo al concepimento, nel 1992, dell’AFTA (ASEAN Free Trade Area) che ha rappresentato, attraverso l’implementazione graduale di una zona di libero scambio, il primo significativo passo verso l’integrazione regionale.

Sebbene, come sottolineato nel precedente capitolo, la Dichiarazione di Bangkok del 1967 avesse espressamente previsto la cooperazione nel campo economico, sociale e tecnologico quale strumento ed al contempo obiettivo dell’associazione, essa non ha sviluppato, nei primi anni di vita, progetti di ampia portata e di indubbia efficacia.

I principi cardine contenuti nella dichiarazione del 1967 sono, nell’ambito socioeconomico, i seguenti:

a) "Accelerare, attraverso sforzi comuni, la crescita economica, il progresso sociale e lo sviluppo culturale nella regione …".

b) "Promuovere una collaborazione attiva ed una mutua assistenza su questioni di comune interesse nel campo economico, sociale, culturale, tecnico, scientifico e amministrativo".

c) "Fornire assistenza reciproca, in termini di formazione e strutture di ricerca, nel campo educativo, professionale, tecnico e amministrativo".

d) "Collaborare più efficacemente per un maggiore sviluppo delle proprie agricolture ed industrie, per l’espansione dei propri commerci, …, per il miglioramento delle proprie infrastrutture di trasporto e comunicazione e per l’incremento dello standard di vita delle proprie popolazioni".

e) "Mantenere una stretta e benefica cooperazione con le organizzazioni regionali ed internazionali aventi simili scopi ed obiettivi".

Purtroppo al dettato piuttosto generale di questi principi guida non seguì in maniera immediata l’applicazione di misure concrete.

Come visto in precedenza l’attenzione iniziale dei paesi membri si è, infatti, concentrata sull’aspetto politico e della sicurezza, visti all’epoca quale priorità d’intervento.

Nei primi anni le politiche e le relazioni interne generate dall’associazione ebbero il pregio quanto meno di instaurare un sistema di consultazioni regolari tra i rispettivi ministri degli esteri e tra gli alti funzionari. Furono questi contatti a spingere più tardi alla creazione, sia pur in forma embrionale, di misure economiche di mutuo interesse.

Fino alla metà degli anni ’70 la politica cooperativa economica era ancora affidata ai vertici tra i ministri degli affari esteri (AMM).

Il secondo vertice, tenutosi a Giacarta nel 1968, si limitò ad identificare delle aree e dei programmi di lavoro in cui si sarebbe dovuto intervenire prioritariamente: produzione alimentare, comunicazioni, settore aeronavale e turismo.

Il vertice seguente, tenutosi in Malaysia nel 1969, formò una struttura di comitati permanenti responsabili di ciascun settore chiave.

In occasione del quarto vertice AMM tali comitati raccomandarono l’attuazione di 121 progetti, dei quali solo 48 furono approvati ed implementati (PALMER-RECKFORD 1987). Fu accennata, altresì, la possibilità di fissare quale obiettivo di lungo periodo l’introduzione di una, sia pur limitata, zona di libero scambio.

Il cammino in questa direzione sarebbe stato, tuttavia, ancora lungo. I forti timori legati all’esposizione degli ancor fragili sistemi economici e la mancanza di un serio impegno da parte di chi se ne doveva fare promotore furono fra le cause di questo ritardo.

Nel 1972 fu favorevolmente presentato al quinto vertice AMM, svoltosi a Singapore, un rapporto dell’ONU (denominato Robinson-Kansu) in cui si auspicava, per lo sviluppo economico e per il rilancio della cooperazione interregionale, l’adozione di una politica comune di import substitution, una limitata liberalizzazione commerciale ed un coordinamento nella politica industriale (BLOMQVIST 1993). L’influenza di tale documento è stata per lungo tempo rilevante e molte delle iniziative intraprese negli anni successivi, oltre che da uno spirito di emulazione verso le politiche di successo adottate dai vicini NIE (BLOMQVIST 1993), presero spunto da esso.

In quegli anni, la necessità di un apparato amministrativo di supporto alla crescente macchina della cooperazione spinse i ministri degli affari esteri dei vari paesi membri ad avanzare l’ipotesi di un Segretariato centrale dell’organizzazione.

Le misure socioeconomiche fino ad allora intraprese erano ad ogni modo di scarso significato.

L’urgenza di rilanciare l’immagine dell’associazione attraverso la cooperazione, in considerazione soprattutto degli eventi esterni negativi quali la presa di Saigon e la conseguente caduta del Vietnam in mano comunista, fu sentita con maggior vigore in occasione del summit di Bali del 1976.

Nel 1975 in preparazione di questo vertice si incontrarono per la prima volta ed in via non istituzionale, i rappresentanti dei rispettivi dicasteri economici. Essi studiarono delle misure di cooperazione economica che avrebbero dovuto passare al vaglio del summit.

Nello stesso anno i vertici politici di Singapore iniziarono una campagna di promozione a favore dell’introduzione di una zona di libero scambio.

Il primo ministro di Singapore Lee Kuan Yew si diresse a tal fine a Giacarta per raccogliere adesioni ad un accordo, precedentemente siglato con la controparte filippina e tailandese, volto all’istituzione di un’area di libero commercio. Esso recitava in tal guisa: "è tempo di intraprendere dei passi positivi verso l’armonizzazione dei piani inerenti le politiche industriali ed agricole dei paesi ASEAN e verso l’integrazione economica regionale, comprensiva, quale misura iniziale, dell’istituzione di una zona di libero scambio".

L’iniziativa del piccolo stato non raccolse, però, il favore del più esteso e popolato paese sudorientale, l’Indonesia, il quale per timore che ciò potesse rappresentare un pericolo per il mercato interno depennò tale voce dal programma del summit di Bali.

I risultati pratici di questo vertice si tradussero nella sigla di quattro nuovi accordi; essi, peraltro, non limitavano il proprio campo d’azione alla sola sfera economica.

Fra di essi il Trattato di Amicizia e Cooperazione nel Sud-est Asiatico fu quello di più ampia portata poiché aggiornava, in qualche misura, la Dichiarazione di Bangkok (PALMER-RECKFORD 1987).

Non meno rilevante fu la sottoscrizione della Dichiarazione di Concordia ASEAN che sviluppò un piano d’azione per la cooperazione nell’area economica, politica, sociale, culturale e della sicurezza. In tale piano, limitatamente all’aspetto economico, furono identificate delle priorità d’intervento nell’offerta e nella produzione di beni primari, negli impianti industriali su larga scala, nel commercio e nelle relazioni economiche esterne. Tale dichiarazione assegnò, inoltre, il compito istituzionale di portare avanti queste "direttive" ai ministri economici in occasione di un vertice ad hoc che, da quel momento in poi, si sarebbe dovuto svolgere regolarmente (AEM). Essi, quanto meno, avrebbero potuto lavorare con maggiore competenza rispetto all’AMM nella ricerca di politiche coordinate afferenti la sfera economica.

Sul piano organizzativo il summit di Bali, dando seguito ai suggerimenti dei ministri degli affari esteri (AMM), istituì il Segretariato centrale da tempo auspicato. Il contributo che questo nuovo organismo avrebbe tuttavia apportato alla causa della cooperazione si rivelò, vista l’iniziale impostazione burocratica e priva di qualsiasi potere d’indirizzo, per lungo tempo minimo.

Il secondo summit, tenutosi a Kuala Lumpur a distanza di un solo anno dal precedente, non apportò gran ché di nuovo al panorama della cooperazione.

Alle raccomandazioni ed alle dichiarazioni di intenti dei capi di governo, che auspicavano lo sviluppo dei flussi tecnologici, degli investimenti, del know how e della complementarità industriale fra i paesi aderenti, non seguirono misure concrete od efficaci. Ciò dimostrava che si stavano compiendo ancora i primi passi nello sviluppo di politiche economiche regionali.

Gli shock esterni che causarono la caduta dei prezzi all’ingrosso a metà degli anni ’80, un rinnovato protezionismo dei paesi sviluppati nei confronti delle competitive esportazioni asiatiche e la percezione del limitato successo delle iniziative economiche introdotte dal summit di Bali spinsero verso un ennesimo rilancio della cooperazione infraregionale in occasione del terzo summit, tenutosi a Manila nel 1987.

L’efficacia di questo rinnovato spirito si rivelò limitata in partenza per il fatto che anziché procedere ad una revisione profonda e radicale delle misure economiche intraprese, ed eventualmente configurarne di nuove, si preferì ritoccarle in superficie.

La creazione di una zona di libero scambio rimase ancora una volta fuori agenda e si dovette aspettare fino al 1990 prima che, attraverso il concepimento da parte del AEM della cosiddetta Tariffa Preferenziale Effettiva Comune (CEPT), se ne ponessero le basi.

Sebbene la cooperazione economica del raggruppamento abbia nel pre-AFTA manifestato dei limiti notevoli, essa sembra rientrare in un fisiologico percorso evolutivo. Come è stato giustamente osservato "non è sempre una buona idea iniziare la cooperazione regionale con degli obiettivi troppo ambiziosi perché un impegno forte verso tali mete lascia poche vie di fuga in caso di crisi e così può causare una rottura dell’organizzazione" (WAWN 1982).

Nel 1992, con l’introduzione graduale dell’AFTA, si è dato finalmente corso al processo di liberalizzazione commerciale ed è stato compiuto, mai come prima, il primo vero passo verso l’integrazione economica del Sud-Est Asiatico.

Il Primo Ministro di Singapore Goh Chok Tong ebbe a dire a questo proposito in una intervista con il Jakarta Post: "Siamo entrati in una nuova fase della cooperazione ASEAN….Il mondo è cambiato e sta cambiando. Per questo dobbiamo adattarci a questi cambiamenti se vogliamo che l’ASEAN continui a mantenere la sua rilevanza ed importanza internazionale".

Il summit di Singapore, in verità, diede origine anche all’Accordo Strutturale per il Rilancio della Cooperazione ASEAN. Le misure in esso contenute saranno esaminate nei prossimi paragrafi.

Il vertice di Bangkok del 1995 accelerò il cammino verso la liberalizzazione commerciale intrapresa con l’AFTA (periodo di attuazione diminuito a 10 anni), estese il dominio della politica cooperativa a nuovi settori (servizi, proprietà intellettuale, investimenti), modificò alcuni schemi già presenti nel settore industriale (l’AICO prese il posto del BBC e del AIJV) ed approvò alcuni piani d’azione nel campo dello sviluppo infrastrutturale, energetico, dei trasporti e delle comunicazioni, dello sviluppo delle piccole e medie imprese.

Si rivolse, inoltre, particolare attenzione al problema dello sviluppo dell’arretrato Bacino del Mekong.

Questa questione emerse nuovamente in occasione del primo summit informale (Giacarta, 1996) ove si approvò un progetto di cooperazione fra l’ASEAN ed i paesi contigui al Bacino del Mekong per lo sviluppo di quest’area. Queste misure avevano l’obiettivo di accelerare l’integrazione dei paesi sudorientali rimasti fuori dall’associazione e, in quest’ottica, rappresentavano una sorta di benefico investimento.

Il secondo summit informale (Kuala Lumpur, 1997), ad eccezione del documento di indirizzo generale e di proiezione nel futuro denominato Visione 2020 ASEAN, non apportò rilevanti cambiamenti all’organigramma della cooperazione regionale.

Il recente summit di Hanoi, tenutosi nel dicembre 1998, oltre ad accettare l’adesione della Cambogia (ASEAN-10), completando in questo modo l’integrazione dei paesi sudorientali, ha tenuto conto della grave crisi finanziaria ed economica che ha colpito a macchia d’olio il continente asiatico nel 1997-98.

In particolare sono stati sottoscritti tre documenti importanti:

  1. Dichiarazione di Hanoi: a livello economico è una presa d’atto della crisi ed una dichiarazione d’intenti volta a riaffermare la volontà dell’associazione, sotto questa nuova prospettiva, a rafforzare ed accelerare l’integrazione economica mantenendo una apertura verso l’esterno.

  2. Piano d’azione di Hanoi: si tratta del primo di una serie di piani d’azione volti al raggiungimento degli obiettivi contenuti nel documento prospettico denominato Visione 2020 ASEAN. Il piano copre sei anni (1999-2004) e sarà oggetto di revisione in occasione del prossimo summit (2001). Si prefigge di rafforzare la cooperazione macroeconomica e finanziaria, accrescere l’integrazione economica, promuovere lo sviluppo scientifico e tecnologico, promuovere lo sviluppo sociale (limitando l’impatto della crisi), promuovere lo sviluppo delle risorse umane, proteggere l’ambiente in un ottica di sviluppo sostenibile ed altri obiettivi politici.

  3. Dichiarazione sulle misure forti (anticrisi): questo documento, oltre a riconoscere le gravi ripercussioni che la crisi finanziaria ed economica hanno prodotto, prevede delle chiare e forti misure tese al recupero della fiducia degli investitori esteri, alla ripresa ed allo sviluppo economico. Le linee d’intervento sono essenzialmente quattro.

Il summit di Hanoi ha dimostrato la volontà da parte dell’associazione di reagire tempestivamente alla crisi che l’ha coinvolta attraverso misure la cui efficacia, però, non è valutabile a breve termine. Quello su cui l’ASEAN punta maggiormente é la riacquisizione della fiducia degli investitori esteri. Solo essa, infatti, può riportare quegli investimenti di lungo periodo che, sin dagli anni ’80, hanno contribuito in maniera decisiva allo sviluppo accelerato dei paesi membri.

Attualmente la cooperazione economica su scala regionale, come abbiamo visto, non si limita esclusivamente ad operare nel campo della liberalizzazione commerciale ma estende la sua portata alla facilitazione dei traffici, allo sviluppo industriale, agricolo, finanziario, energetico e minerario, alla promozione degli investimenti su scala regionale, alla salvaguardia della proprietà intellettuale, alla gestione efficiente dei servizi, alla difesa dell’ambiente, allo sviluppo infrastrutturale e cosi via.

Gli obiettivi che la cooperazione economica ASEAN si è prefissata di raggiungere in questi anni possono essere sintetizzati nei seguenti punti:

Il raggiungimento di queste finalità non potrà fare a meno, nei prossimi anni, di prendere in considerazione sia il mutato contesto economico a cui i paesi ASEAN devono fare fronte a seguito della crisi, sia gli errori commessi nel passato (anni ‘70 e ’80) con le precedenti fallimentari politiche cooperative.

I prossimi paragrafi prenderanno in considerazione più in dettaglio tutti quei settori in cui si estende la politica cooperativa dell’ASEAN, avendo cura di tenere presente, laddove necessario, i recenti quesiti che la crisi economico-finanziaria ha fatto sorgere.

 

3.2 Cooperazione nel commercio infraregionale

3.2.1 Le politiche pre-AFTA: i Preferential Trading Arrengements (PTA)

Gli accordi commerciali basati sul sistema preferenziale (PTA) furono introdotti nel 1977 dai ministri degli esteri (AMM).

I PTA segnarono la prima vera manifestazione di volontà da parte dell’ASEAN di dare corpo ad una primordiale liberalizzazione commerciale su base preferenziale.

Fin dalla loro nascita, però, essi si rivelarono per vari motivi privi di eccessiva efficacia. Innanzi tutto, a differenza di altri accordi commerciali su scala regionale, non prevedevano quale obiettivo finale il raggiungimento di una zona di libero scambio o di, ipotesi ancor più estrema, un’unione doganale. In secondo luogo le tariffe preferenziali dovevano essere stabilite, almeno all’inizio, prodotto per prodotto e su base volontaria. Ciò presupponeva già di per sé un processo di liberalizzazione lento, burocratico e fortemente dipendente dalla buona volontà dei paesi aderenti.

In effetti, visti i timori protezionistici ancora largamente diffusi, i PTA erano considerati un meccanismo per mezzo del quale il commercio intra-ASEAN poteva essere liberalizzato ad un ritmo accettabile per tutti i paesi membri (IMADA 1993). Una sorta di compromesso fra gli stati più favorevoli (ad esempio Singapore) e quelli più restii (vedasi l’Indonesia).

Non sorprendentemente l’impatto iniziale di tali piani fu alquanto deludente. Un numero molto limitato di prodotti furono approvati ed assoggetti alle riduzioni tariffarie preferenziali. In base ad una stima l’applicazione di tariffe doganali agevolate si limitò al 2% del commercio totale intra-ASEAN.

A partire dal 1980, i PTA cessarono di essere su base volontaria e furono generalizzati. Il nuovo approccio applicava a tutte le importazioni infraregionali di ammontare inferiore ad un certo tetto una riduzione minima del 20% alle tariffe preferenziali. Tale tetto fu progressivamente elevato finché, nel 1984, fu del tutto abolito.

Nonostante tale miglioramento, i PTA non cessarono di avere un effetto piuttosto marginale sul commercio interno all’ASEAN, continuando ad incidere solo per il 2% del commercio totale nel 1980 e per il 5% nel 1986.

Nel 1987 solo 337 su circa 13000 prodotti previsti dalla lista PTA furono fatti oggetto di una riduzione tariffaria (PANGESTU-SOESASTRO-AHMAD 1992).

Questo mal funzionamento del sistema posto in essere è stato attribuito alla reale mancanza di volontà di alcuni paesi aderenti di perseguirne le finalità e ad una serie di difetti in esso insiti.

Primo fra tutti la possibilità da parte dei paesi aderenti di garantire tariffe preferenziali su merci che non erano neppure commerciate nella zona; fa scuola il paradossale caso, in una regione a clima prettamente tropicale, dell’inclusione dello spazzaneve nella lista dei prodotti. I reattori nucleari, "sconosciuti" al tessuto produttivo di ciascun paese, furono un altro esempio.

Accanto ad essi vi erano poi prodotti che garantivano già in precedenza tariffe doganali nulle o minime e che, quindi, non avrebbero apportato alcuna variazione positiva al commercio infraregionale.

Allorché si era in presenza di prodotti o riduzioni non fittizie, come quelle poc’anzi evidenziate, esse erano in misura troppo limitata per generare qualche impatto sulle importazioni.

La portata dello schema proposto fu per di più limitata dalla clausola secondo la quale si escludevano trattamenti tariffari preferenziali per quegli articoli che non fossero stati prodotti all’interno dell’ASEAN per una percentuale minima che variava dal 35% al 50% a seconda dei beni (regola dell’origine).

Un altro rilevante fattore di insuccesso è stato il mantenimento di un elevato numero di prodotti al di fuori dello schema in oggetto (lista di esclusione). Questo poté dirsi valido per tutti i paesi membri eccezion fatta per Singapore dato che, storicamente appartenente ai NIE, esso aveva provveduto già da tempo ad assumere un orientamento rivolto alle esportazioni ed alla liberalizzazione commerciale. Singapore, invero, in qualità di tradizionale porto commerciale e crocevia di scambi aveva tariffe doganali pressoché nulle.

La lista dei prodotti esclusi, espressa in percentuale sul totale, andava dal 25% circa nel caso delle Filippine fino a toccare il 63% della Thailandia.

L’esclusione coinvolgeva merci oggetto di vasto commercio e prodotti che potevano essere prodotti più efficientemente ed ad un minor prezzo negli altri paesi membri. Quest’ultimo aspetto, richiamando l’attenzione sulla teoria economica delle unioni doganali rammentata nel secondo capitolo, ha minato in partenza la capacità benefica dello schema di cooperazione PTA, rendendolo a conti fatti un accordo di facciata poco ortodosso per il raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Consci di tali limiti, in occasione del summit di Manila del 1987, i capi di governo procedettero alla sua revisione. Fu stabilita la riduzione della lista dei prodotti esclusi ad un massimo del 10% delle merci commerciate da ciascun paese e del 50% del commercio infraregionale. La scadenza limite fu posta al 1992, eccezione fatta per le Filippine e l’Indonesia a cui fu accordata una proroga di due anni.

I margini di riduzione preferenziali furono inoltre amplificati prevedendo, ad esempio, per i nuovi prodotti una soglia minima del 25%.

Si convenne altresì di procedere ad una graduale inversione di tendenza per ciò che riguardava le barriere non tariffarie.

Sebbene gli sforzi fatti sulla carta furono lodevoli, la realtà pratica dimostrava anche dopo questi cambiamenti che i PTA erano uno strumento troppo debole per rilanciare il commercio infraregionale e spostarlo su binari di maggiore efficienza.

 

3.2.2 L’introduzione della zona di libero scambio: l’AFTA

L’introduzione di una zona di libero scambio è sempre stato sulla carta uno degli obiettivi di medio-lungo periodo dell’ASEAN, od almeno di una parte di essa.

Lo schema cooperativo dei PTA, come abbiamo visto, si è rivelato nel corso del tempo infruttuoso, dato che la platea di riduzioni tariffarie preferenziali si estendeva ad una frazione molto marginale dei prodotti oggetto di scambio infraregionale.

Questo modello, come accennato, non prevedeva altresì la promozione dell’area sudorientale a rango di zona di libero scambio.

Nei primi anni novanta, lasciati da parte gli ultimi timori protezionistici residui, maturava l’idea che fosse finalmente arrivato il tempo di dar luogo a questo obiettivo tanto agognato.

L’accordo destinato ad introdurre progressivamente un’area di libero scambio (AFTA), inizialmente entro un arco di tempo di 15 anni, fu siglato nel 1992 in occasione del summit di Singapore.

Questa nuova determinazione trovava le proprie radici da una parte nell’iter evolutivo che la politica economica dei paesi aveva intrapreso sin dai primi anni ’80 e dall’altra nel venir meno di quei timori protezionistici che fino ad allora avevano fatto porre dei veti.

In relazione al primo aspetto si andava registrando da tempo, in linea con quello che ben prima era avvenuto nei NIE, un sensibile spostamento della politica economica da un regime di sostituzione delle importazioni (import-substitution), auspicato a livello regionale dal rapporto Robinson-Kansu dell’ONU, a quello di orientamento alle esportazioni (export-led) che presupponeva una maggiore liberalizzazione economica.

Questo cambiamento, assieme a quello di catalizzazione degli investimenti diretti esteri, si è rivelato a posteriori decisivo nella impressionante crescita registrata in quegli anni da alcuni paesi dell’ASEAN e non (CHIA SIOW YUE-BIFAN CHENG 1992).

In un rapporto dei primi anni ’90, Tailandia, Malaysia e Indonesia furono classificate come "economie asiatiche ad alta performance", raggiungendo Singapore, gli altri paesi a nuova industrializzazione ed il Giappone ed elevandosi a modelli di successo di industrializzazione orientata al mercato per gli altri paesi in via di sviluppo (WORLD BANK POLICY RESEARCH REPORT 1993).

Il secondo aspetto legato alla nascita dell’AFTA è quello dell’affievolirsi delle preoccupazioni di stampo protezionistico sentite da alcuni paesi in particolare. Gli sviluppi connessi alla politica indonesiana ne sono il più importante esempio. L’Indonesia, in effetti, era sempre stata un ostacolo alla creazione di una zona di libero scambio. Il ribasso dei prezzi petroliferi registratosi negli anni ’80 spinse questo paese, fino ad allora fortemente dipendente dalle esportazioni di gregge, a ricercare anch’esso nuove strade di sviluppo orientate alle esportazioni ed al mercato, in modo da rafforzare la competitività e l’efficienza del proprio settore industriale. Dal 1980 al 1987 le esportazioni indonesiane salirono da 500 milioni a circa 4 miliardi di dollari. Il nuovo orientamento nella politica indonesiana congelò, anche se non del tutto, i timori relativi ad una liberalizzazione commerciale.

Una ulteriore spinta alla creazione dell’AFTA fu stata data dalla situazione geo-economica nel suo complesso che, a partire dagli anni ’90, manifestava sempre più la tendenza a rafforzare i legami infraregionali sia nel continente americano (NAFTA) sia in quello europeo (UE). I timori che tali legami si sarebbero tradotti in misure protezionistiche, venendo così a mancare due importanti collettori delle esportazioni ASEAN, spingevano affinché si incrementasse la proporzione di commercio infraregionale.

 

3.2.3 Obiettivi economici dell’AFTA

Gli obiettivi che i paesi membri dell’ASEAN si sono prefissati di raggiungere con l’introduzione progressiva dell’AFTA sono molteplici:

  1. liberalizzare il commercio tra i paesi ASEAN attraverso la rimozione progressiva delle tariffe doganali infraregionali e delle barriere non tariffarie.

  2. attrarre investitori esteri nella regione mediante l’implementazione di un più vasto mercato coordinato.

  3. adattare l’ASEAN al cambiamento delle condizioni economiche internazionali e far fronte al rafforzamento degli analoghi accordi commerciali presenti nel mondo sviluppato.

Sebbene il primo obiettivo possa sembrare primario l’importanza che deve essere attribuito ad esso non va sopravalutata. Il lungo periodo di attuazione, la taglia non eccessivamente grande del mercato sudorientale, la competitività delle economie considerate ed il fatto che per molti prodotti la migliore fonte di approvvigionamento, in termini di efficienza, siano paesi al di fuori dell’associazione, avrebbero fatto supporre l’effetto di creazione dei traffici (trade creation) piuttosto limitato. La produzione piuttosto competitiva, o viceversa poco complementare, dei vari paesi membri oltre ad avvalorare l’affermazione precedente fa rilevare come anche gli effetti positivi di specializzazione e di migliori economie di scala sarebbero stati di insperata o, quantomeno, lunga attesa.

La chiave di lettura dell’AFTA va invece ricercata nell’obiettivo di incanalare nuovi investimenti stranieri soprattutto per far fronte alla crescente competizione che in quegli anni si sviluppava con la Cina, l’India ed altri piccoli paesi in via riforma.

Su questa linea si configuravano le misure adottate dai singoli paesi per attrarre, attraverso incentivi, il flusso di investimenti esteri.

L’AFTA, attraverso la configurazione di un mercato integrato, rilanciava la cooperazione regionale in questa materia, trascendendo così le limitate e poco sinergiche politiche nazionali.

Il terzo obiettivo prefissato è connesso con l’ambiente ostile in cui l’ASEAN si è trovato a competere all’indomani della guerra fredda. L’AFTA è in questo senso una sorta di risposta al crescente regionalismo manifestatosi nel resto del mondo.

Va dato atto che la forma di aggregazione in esame ha sempre seguito una filosofia di regionalismo aperto (DEVAN 1994) sia dal punto di vista della libertà di scelta accordata a ciascun aderente di adottare, su base unilaterale e preferenziale, la politica tariffaria da applicare ai prodotti provenienti dai paesi terzi, sia sotto l’aspetto del mantenimento di buone relazioni con i paesi, i gruppi e le organizzazioni esterne (NAFTA, EFTA, MERCOSUR, CER, SADC APEC, WTO e cosi via). D’altro canto non si vede come questo possa essere altrimenti, visto che lo sviluppo dei paesi ASEAN era e rimane tuttora intimamente legato all’entrata di investimenti esteri da una parte e all’uscita di esportazioni competitive dall’altra. Prefigurare un regionalismo chiuso, basato su di un blocco commerciale ad esempio, avrebbe significato decapitare alla fonte i flussi che hanno garantito per lungo tempo il successo di questi paesi. La crisi finanziaria appena trascorsa, con la fuga di capitali che ha generato, non ha fatto altro che dimostrare questo assunto evidenziandone i caratteri di dipendenza esterna.

 

3.2.4 Il meccanismo dell’AFTA: la Common Effective Preferential Tariff (CEPT)

L’AFTA (ASEAN Free Trade Area) è sorto in occasione del quarto summit tra i leader ASEAN, tenutosi a Singapore nel gennaio 1992. I capi di governo firmarono la Dichiarazione di Singapore e l’Accordo Strutturale per il Rilancio della Cooperazione Economica ASEAN (più brevemente Accordo Strutturale). Allo stesso tempo i ministri economici ASEAN (AEM) siglarono un accordo sullo schema di Tariffa Preferenziale Effettiva Comune (CEPT).

Sembra utile ricordare che l’AFTA non assume i connotati di una unione doganale poiché le singole nazioni ASEAN, mancando una politica comune in questo ambito, sono autonome e libere di decidere i livelli delle tariffe da applicare ad i paesi terzi.

Lo schema della tariffa preferenziale effettiva comune (CEPT) è il principale meccanismo posto in essere per raggiungere tale zona di libero scambio.

In base a questo meccanismo i paesi membri devono rispettare delle scadenze per la riduzione graduale delle tariffe infraregionali applicate su determinati prodotti.

Il taglio alle tariffe doganali segue due direttrici temporali:
 

iter normale:

iter veloce:

Per rientrare nello schema CEPT i beni devono essere di origine interna (prodotti, quindi, da uno o più paesi ASEAN) per un valore minimo del 40% (articolo 2, punto 4); un limite meno restrittivo rispetto a quello configurato nel PTA in cui la quota era del 50% (THE ASEAN SECRETARIAT 1993).

Sebbene il CEPT sia stato predisposto per coinvolgere tutti i prodotti ASEAN, è stata lasciata la possibilità di escludere quelle merci particolarmente sensibili. È inoltre facoltà del singolo paese sospendere il CEPT nel caso un aumento eccessivo delle importazioni possa danneggiare un’industria nazionale.

Secondo l’Accordo CEPT le riduzioni, come accennato, avrebbero colpito tutti i prodotti finiti, compresi i beni capitali, i prodotti agricoli lavorati ed altri prodotti non agricoli (articolo 3).

Sono automaticamente esclusi i seguenti prodotti: materie grezze agricole, prodotti agricoli primari, prodotti sottoposti ad una lavorazione minima che si discostano in misura molto limitata dai prodotti originari (articolo1, punto 7) ed infine alcuni servizi.

Rientrano tra i prodotti oggetto di riduzione secondo un iter veloce: gli oli vegetali, i calcestruzzi, i prodotti chimici, farmaceutici, fertilizzanti, plastiche, i prodotti di gomma e di pelle, cartacei, tessili, di ceramica, di vetro, gemme e gioielleria, conduttori di rame, prodotti elettronici e mobili in legno.

Nel 1990 il commercio regionale degli articoli sopracitati ammontava a 9,3 milioni di dollari, circa il 40% del commercio infraregionale totale (KUMAR 1992).

Come accennato possono essere esclusi i prodotti sensibili; tale esclusione può essere fatta su base temporanea o permanente. Il paese che intende escludere temporaneamente un proprio prodotto dal sistema preferenziale dell’AFTA è automaticamente ed a sua volta escluso dall’accesso in via preferenziale agli altri mercati per lo stesso prodotto.

Una lista di esclusione finale é prevista dopo la revisione dell’accordo CEPT prevista otto anni dopo la sua stipula (articolo 2, punto 3).

L’esclusione permanente è concessa per le seguenti ragioni: sicurezza nazionale, morale pubblica, salute generale (umana, animale e vegetale), beni di valore artistico, storico od archeologico (articolo 9).

Quanto esposto in precedenza si riferisce all’accordo originale del 1992. Nel corso del tempo, però, i paesi membri hanno deciso di accelerare i tempi e di ampliare la gamma di beni inclusi.

La scadenza, a questo riguardo, è stata più volte rivista. Nel 1995, in occasione del summit di Bangkok, l’arco di tempo relativo all’iter normale è stato ridotto da 15 a 10 anni, portando il termine ultimo al 2003 (anziché 2008). Nel recente summit di Hanoi (1998), in seguito alle forti preoccupazioni derivanti dalla crisi economico-finanziaria, questa scadenza è stata ulteriormente ravvicinata di un anno (2002).

In sostanza queste decisioni hanno fatto venir meno il significato di iter normale ed iter veloce, portando indiscriminatamente la scadenza per le riduzioni tariffarie a nove anni dal concepimento dell’AFTA.

Sono stati, altresì, inclusi alcuni tipi di prodotto precedentemente esclusi; i beni agricoli primari primi fra tutti.

La portata innovativa dell’AFTA, rispetto ai precedenti modelli di liberalizzazione commerciale basati su tariffe preferenziali (PTA, AIJV, BBC), risiede nel fatto che esso non adotta un approccio product-by-product o legato ad un settore specifico.

A patto che raggiungano tali obiettivi, i paesi membri sono liberi di decidere sulle modalità di realizzo delle riduzioni CEPT. Sebbene la profondità e la data di inizio delle riduzioni tariffarie possano differire, entro certi limiti, da paese a paese, il punto di arrivo deve essere raggiunto alla scadenza precedentemente ricordata (ARIFF 1993).

In un caso limite qualsiasi paese può decidere di ridurre le proprie tariffe allo 0%-5% immediatamente.

Nell’Accordo CEPT è prevista la clausola della reciprocità. In questo senso non è possibile per un paese membro godere di riduzioni tariffarie su prodotti che lo stesso paese ha incluso nella lista di esclusione temporanea. (articolo 2, punto 3). Allo stesso tempo solo i prodotti che già raggiungono la soglia tariffaria del 20%, godono automaticamente dell’accesso preferenziale negli altri paesi (articolo 4, punto 2).

I paesi membri che applicano su determinati prodotti delle tariffe eguali od inferiori al 20% sulla base della clausola della nazione più preferita (MFN) ideata dal GATT rientrano nello schema CEPT e godono anch’essi di reciprocità (articolo 2, punto 7). Quest’ultimo incentivo non era previsto nel precedente schema PTA.

Un esempio può chiarire meglio il meccanismo di reciprocità. Si supponga che un paese membro A decida di escludere dallo schema CEPT il prodotto Z. Mano a mano che le riduzioni tariffarie prendono piede negli altri paesi, la competitività di A nel settore afferente la produzione di Z si rivela, in termini relativi, indebolita. Gli altri stati membri, infatti, godono di un accesso più favorevole ai rispettivi mercati del prodotto Z ed A continuerà a non beneficiare di tariffe preferenziali fino a quando non toglierà il prodotto dalla lista di esclusione. Se nel paese A i produttori di Z sono interessati a competere nel più vasto mercato ASEAN alle stesse condizioni essi spingeranno il proprio governo ad includere il prodotto in questione nello schema CEPT.

Gli impedimenti al libero commercio infraregionale non si limitavano alle sole imposizioni tariffarie, a cui il CEPT sta cercando di porre rimedio. Una platea di barriere non tariffarie e restrizioni quantitative (quote, licenze e pratiche amministrative) limitavano non in misura minore l’introduzione della zona di libero scambio.

Oltre alla riduzione tariffaria si è stabilita l’eliminazione di restrizioni quantitative e delle barriere non tariffarie e lo studio di misure volte alla armonizzazione degli standard, al reciproco riconoscimento dei controlli e della certificazione dei prodotti ed infine alla rimozione di barriere agli investimenti esteri.

In questo ambito l’Accordo CEPT richiedeva ai paesi membri di eliminare qualsiasi restrizione quantitativa su prodotti inclusi nello schema CEPT non appena la loro tariffa infraregionale avesse toccato il livello del 20%. Inoltre era posto un termine di 5 anni per smantellare tutte le altre barriere non tariffarie che colpivano i prodotti CEPT (articolo 5, punto 1 e 2).

In tale accordo si auspicavano, inoltre, delle iniziative e delle misure di natura complementare volte a favorire "la liberalizzazione del commercio" attraverso anche "l’armonizzazione degli standard, il reciproco riconoscimento dei controlli e della certificazione dei prodotti, la rimozione delle barriere agli investimenti stranieri, le consultazioni macroeconomiche, delle regole di concorrenza leale, e la promozione del capitale di rischio" (articolo 5, punto c).

È prevista la facoltà per i paesi membri di sospendere temporaneamente le tariffe preferenziali nel caso in cui la crescita eccessiva delle importazioni possa causare "danni seri ai settori che producono beni similari o direttamente concorrenziali" (articolo 6, punto 1). Ad ogni modo la sospensione deve rientrare nelle ipotesi configurate dall’art.19 del GATT.

Il paese che è costretto ad imporre o a rafforzare delle restrizioni quantitative sulle importazioni per prevenire od impedire "una diminuzione consistente delle proprie riserve monetarie" è esortato a farlo in modo da non intaccare le concessioni tariffarie preferenziali poste in essere con gli altri paesi ASEAN (articolo 6, punto 2).

Stranamente, vista anche la portata di questo accordo, non è stato configurato nessun particolareggiato meccanismo di regolazione delle eventuali dispute che sarebbero potute sorgere tra i paesi, lasciando inizialmente al dialogo diretto tra le parti la risoluzione dei problemi. Se le dispute non dovessero essere ricomposte la parola sarebbe passata dapprima al Consiglio AFTA e poi al vertice dei ministri economici (articolo 8, punto 3).

Tale Consiglio AFTA, comprendente un rappresentante a livello ministeriale per ciascun paese ed il Segretario Generale dell’ASEAN, è stato concepito per supervisionare, coordinare e rivedere l’Accordo CEPT ed assistere l’AEM su questioni inerenti l’AFTA. Il Consiglio AFTA è appoggiato, nell’esercizio del suo lavoro, dagli Alti Funzionari Economici in occasione del loro incontro (SEOM) ed il Segretariato ASEAN (articolo 7).

Non tutti i paesi iniziarono immediatamente ad implementare l’Accordo CEPT. Singapore e Thailandia incominciarono sin dal 1 gennaio 1993. La Malaysia iniziò anch’essa sin da quella data ma subordinò l’efficacia operativa delle riduzioni al verificarsi di alcuni eventi infraregionali connessi. Il Brunei decise di partire dal 1994, mentre le Filippine dal 1996. L’Indonesia stabilì il 1995 quale anno di inizio per le riduzioni secondo l’iter normale, ed il 1998 per le tariffe rientranti nell’iter veloce. Non tutti i paesi, dunque, dimostravano lo stesso atteggiamento nell’applicazione dello schema CEPT.

La portata e la copertura dei prodotti inclusi od esclusi dal CEPT differivano anch’essi da paese a paese. In totale, nei sei paesi membri, 38308 articoli furono inclusi (88% di tutti gli articoli soggetti a tariffa). Singapore incluse il 98% degli articoli colpiti, mentre l’Indonesia l’80%. La lista di esclusione temporanea annoverava in media 3839 articoli, di cui nessun articolo di Singapore e 1708 articoli dell’Indonesia seguita a ruota dalle Filippine. La lista di esclusione permanente comprendeva articoli quali pistole, munizioni prodotti agricoli grezzi; la Malaysia guidava la classifica con 952 articoli mentre l’Indonesia si limitava a 61.

 

3.2.5 Un bilancio dell’AFTA

Per il settore privato, le scadenze di riduzione tariffaria CEPT, sembrarono al momento del suo concepimento troppo complicate e spezzettate. In effetti, ogni paese poteva scegliere quando iniziare l’applicazione e, in estrema ipotesi, decidere persino di aspettare fino alla scadenza prevista. La lista di esclusione garantiva in qualche misura ancora dei margini di chiusura e sminuiva l’impegno intrapreso dai governi di liberalizzare il commercio.

A causa di questi limiti oggettivi l’AFTA non ricevette l’effetto annuncio desiderato ed, in verità, il commercio e le scelte d’investimento del settore privato non ne risultarono stravolte.

Le imprese efficienti, vale a dire capaci di trarre benefici dall’AFTA, decisero di condurre degli studi sulle opportunità offerte nei mercati vicini, mentre quelle più inefficienti agirono come centri di pressione sui propri governi affinché escludessero i loro prodotti dal CEPT.

Nell’agosto del 1993 il ministro per il commercio e l’industria malese, Radifah Aziz, notò come in seno all’ASEAN si era fatta più della retorica che dei fatti in materia di AFTA (EAST ASIA ANALYTICAL UNIT 1994).

Si sentiva l’urgenza di far mantenere all’ASEAN la prerogativa di essere un centro di crescita. Per fare ciò occorreva migliorare la competitività a livello regionale. Il primo ministro di Singapore, Goh Chok Tong, esortava l’ASEAN a "rimanere forte, unita e progressista" (THE ASEAN SECRETARIAT 1993).

In risposta allo scetticismo manifestato sulla zona di libero scambio così configurata e decisi a ridare credibilità all’iniziativa i membri del quarto Consiglio AFTA ed i ministri economici ASEAN concordarono delle nuove misure per accelerare e semplificare l’introduzione del CEPT, chiarire dei problemi tecnici insoluti e promuovere con maggior vigore il meccanismo stesso.

Attualmente i progressi fatti sono di notevole portata. Molti dei prodotti inclusi nello schema usufruiscono di una tariffa inferiore al 5%. In alcuni casi la tariffa applicata è nulla. Ciò accade per una platea piuttosto estesa di beni e ben prima la scadenza prefissata dal summit di Hanoi.

Il commercio infraregionale, crisi a parte, è senza dubbio cresciuto negli ultimi anni, dimostrando l’efficacia dello strumento posto in essere.

Resta da verificare l’utilità dello schema riguardo alla sua capacità di catalizzazione degli investimenti.

Questa verifica non appare possibile ed opportuna in questo momento per via della crisi; essa ha alterato completamente la situazione, impedendo di apprezzare la portata dell’AFTA.

 

3.3 Cooperazione nel comparto industriale

3.3.1 I vecchi schemi cooperativi

Progetti Industriali ASEAN (AIP)

Questa forma di cooperazione, concepita nel 1980, prevedeva la realizzazione di progetti su larga scala da parte di ciascun paese membro ed aventi una benefica ricaduta sull’ASEAN nel suo complesso. Il finanziamento del progetto sarebbe ricaduto per il 60% sul paese realizzatore e per il resto sugli altri paesi ASEAN (NAYA-PLUMMER 1991).

L’obiettivo prefissatosi era quello di raggiungere vantaggi competitivi entro l’associazione e godere di più elevate economie di scala.

Anche in questo caso alla ammirevole iniziativa facevano da contrappeso dei modesti risultati. Degli iniziali cinque progetti soltanto due presero forma. Lo schema cooperativo subiva la mancanza di una vera volontà da parte dei paesi membri di investire laddove si presentavano tali progetti. Alcuni di essi erano inoltre mal concepiti, affrettati e privi di studi che ne avessero garantito la fattibilità.

 

Complementazione industriale ASEAN (AIC) – Complementazione brand-to-brand (BBC)

Questo tipo di schema cooperativo è stato introdotto nel 1981 affinché fossero suddivise tra i vari paesi ASEAN le diverse fasi del processo produttivo di una stessa industria. L’obiettivo era quello di evitare duplicazioni inutili di energie e capacità produttive e di generare più elevate economie di scala. A differenza degli AIP, gli AIC ricevevano il supporto del settore privato attraverso progetti presentati in sede di Camere di Commercio ed Industria. Tali progetti dovevano coinvolgere almeno quattro degli allora cinque paesi membri.

Il primo AIC fu lanciato nel 1983; esso riguardava la produzione e la distribuzione di componenti automobilistiche. Una certa mancanza di compatibilità nelle infrastrutture produttive decretò l’insuccesso di tale politica, limitandone la portata ad un milione di dollari nel totale del commercio infraregionale (BLOMQVIST 1993).

Consapevoli del fallimento della prima forma di AIC si sviluppò nel 1988, limitatamente al settore automobilistico, una complementazione di tipo brand-to-brand che focalizzava l’attenzione alla cooperazione nella produzione di soltanto particolari marche e che mirava ad una specializzazione orizzontale di questo settore a livello regionale. I prodotti nati sotto lo schema BBC godevano di un 50% di margine di riduzioni tariffarie preferenziali, ammesso che rispettassero i criteri di provenienza imposti dai PTA. Nel 1991 tale modello fu esteso anche ai settori non automobilistici. Nonostante questa estensione restava il limite dettato dal numero di paesi aderenti al BBC, visto che Brunei, Singapore ed Indonesia decisero di rimanervi fuori. I primi due in virtù della mancanza, all’interno del proprio territorio, di qualsiasi industria automobilistica, l’Indonesia invece a protezione del proprio settore e mercato.

Lo schema BBC ha dimostrato di essere abbastanza efficace, dando vita ad otto progetti a cui parteciparono grosse marche automobilistiche: DAF, Mecedes-Benz, Mitsubishi, Nissan, Toyota, Renault e Volvo. Il punto di forza del BBC è stato quello di venire incontro, attraverso degli incentivi, alle esigenze sentite dalle multinazionali giapponesi di ricollocazione dei propri impianti produttivi in paesi a basso costo della manodopera.

Il lato negativo di questo modello è stato forse quello di provocare una sorta di rivalità connessa alla localizzazione delle fasi produttive ad alto valore aggiunto (ad esempio, la costruzione di motori) e la mancanza di alcuni paesi, in primis l’Indonesia.

 

Joint-Ventures Industriali ASEAN (AIJV)

Il modello di cooperazione delle joint-ventures è stato introdotto nel 1983 per rafforzare gli investimenti infraregionali nel settore privato. A differenza degli schemi AIP e AIC esso si presentava più flessibile e decentralizzato, permettendo, ad esempio, la partecipazione di soli due paesi membri o l’implementazione di accordi con partner stranieri (NAYA-PLUMMER 1991).

Lo schema AIJV adottava tariffe preferenziali per incentivare gli investimenti; si applicava ai beni prodotti secondo questo modello soltanto il 10% della tariffa più alta prevista da ciascun stato membro o, dall’angolo visivo opposto, il 90% di riduzione preferenziale.

Nel primo decennio di applicazione rientrarono in questo schema 26 prodotti, fra cui componenti automobilistiche, prodotti chimici, macchinari pesanti e merci alimentari. Quasi la metà delle joint-ventures annoveravano la partecipazione di due soli paesi membri. Solo un progetto prevedeva una più ampia cooperazione: esso era capeggiato dalla Nestlé e prevedeva trasformazioni di prodotti alimentari in ben cinque paesi ASEAN.

Gli AIJV hanno avuto anch’essi un impatto trascurabile sul commercio e sugli investimenti infraregionali. Molti progetti hanno ritardato ad avviarsi e quando inoltrati hanno subito difficoltà inerenti l’ottenimento della tariffa preferenziale poc’anzi evidenziata. Tale ottenimento era a volte subordinato ad un trattamento di reciprocità in barba all’accordo stesso.

Altre pecche di questo strumento di cooperazione sono state la mancanza di promozione a livello regionale e le soffocanti procedure burocratiche ed applicative. A questo riguardo era necessario procurarsi una autorizzazione da parte dell’agenzia nazionale competente per gli investimenti del paese in cui si voleva collocare la produzione. Tale autorizzazione doveva essere poi presentata ad un apposito comitato presso il Segretariato ASEAN e, quindi, approvato dal vertice dei ministri economici (AEM). Una volta approvato, il portatore dell’iniziativa doveva cercare collaborazioni ed accordi con rappresentanti e di altri paesi per avallare e collaborare al progetto di joint-ventures. Risulta chiaro come questa procedura macchinosa abbia fortemente limitato lo sfruttamento di questo modello. Conscio di questo mal funzionamento il terzo ASEAN summit decise di semplificare la procedura stabilendo una lista di prodotti AIJV già approvati.

Un’ulteriore elemento di difficoltà nello schema AIJV è riconducibile ai conflitti che sono sorti in seguito all’introduzione dell’AFTA. La zona di libero scambio, infatti, prevedeva la riduzione delle tariffe doganali ad un al massimo del 5% entro un quindicennio, mentre l’AIJV prevedeva, limitatamente ai prodotti sorti in base ad esso, il congelamento delle tariffe nell’arco di soli quattro anni. Questa incongruenza ha spinto le autorità competenti a sostituire l’AIJV (e il BBC) con un nuovo schema di cooperazione industriale (AICO) che tenesse conto, fra l’altro, delle scadenze imposte dall’AFTA.

 

3.3.2 La nuova cooperazione industriale

Accordo sulla Cooperazione Industriale (AICO)

I limiti della vecchia politica di cooperazione industriale hanno spinto gli organismi ASEAN preposti a voltare pagina ed a configurare un nuovo Accordo sulla Cooperazione Industriale (AICO). Operativo dalla fine del 1997, lo schema proposto da questo accordo, oltre ad allinearsi con gli obiettivi del CEPT anticipandone i tempi, ne persegue le finalità cercando, attraverso l’incentivazione della produzione a livello congiunto fra le imprese regionali, di mantenere l’attrattiva per gli investimenti nell’area e la reputazione di base produttiva globale.

Rispetto ai precedenti schemi l’AICO da una parte conserva alcune loro caratteristiche e dall’altra presuppone delle agevolazioni tariffarie e non superiori.

Gli obiettivi che la nuova cooperazione industriale tenta di raggiungere attraverso l’AICO possono essere sintetizzati in alcuni punti:

Nella scelta dei principi guida a cui questo schema si sarebbe dovuto conformare l’ASEAN ha cercato di tenere in considerazione vari aspetti. La garanzia di un mutuo ed equo beneficio, la semplificazione e l’armonizzazione delle procedure burocratiche, l’orientamento al settore privato nelle vesti anche delle piccole e medie imprese, la previsione di incentivi non esclusivamente tariffari, la promozione di una gestione integrata delle risorse erano tutti racchiusi nei principi ispiratori dell’AICO.

Gli attori che possono rientrare nello schema debbono essere almeno due imprese presenti in due diversi stati membri. Esse devono dare luogo ad un accordo, sottoposto ad approvazione, in cui oltre al trasferimento di prodotti (o semilavorati) tra una impresa e l’altra (tra un paese e l’altro) deve essere prevista la gestione integrata delle risorse e/o la complementazione industriale.

In sintonia con il CEPT, i prodotti commercializzati che soddisfano questi requisiti previsti dallo schema godono sin dal momento dell’approvazione di tariffe preferenziali non superiori al 5%. Questo margine invalicabile è lo stesso previsto dal meccanismo CEPT quale meta da raggiungere entro il 2002. In questo senso l’AICO anticipa le scadenze dell’AFTA.

Sono previsti inoltre degli incentivi non tariffari (ad esempio, agevolazioni agli investimenti) a cura di ciascun paese in cui si definisce l’accordo.

Un accordo AICO può investire un prodotto finito, un semilavorato, delle materie prime ed anche delle parti o componenti di un prodotto. Sebbene tutti godano della tariffa preferenziale, solo il prodotto finito ha libero accesso al mercato. I semilavorati e le materie prime possono essere importati solo come input per la produzione del prodotto finale oggetto dell’accordo.

A restringere il campo d’azione, oltre alle condizioni precedentemente menzionate, è stata decisa l’applicabilità dello schema alle sole imprese che godono di una quota di capitale nazionale non inferiore al 30%. Nel caso del AIJV tale limite era posto al 40%. Sotto determinate condizioni (la soddisfazione di altri criteri) e possibile la concessione di una deroga a quest’ultimo limite.

Sono esclusi dall’AICO gli stessi prodotti ricadenti nella lista delle esenzioni prevista dall’art. 9 dell’Accordo CEPT.

Gli accordi sottoposti ad approvazione, debitamente corredati da alcune documentazioni, devono essere giudicati entro 60 giorni e, in caso positivo, ricevere un certificato di eleggibilità entro due settimane. Questo dimostra la rapidità d’attuazione, soprattutto rispetto ai precedenti, dello schema in oggetto.

È ancora prematuro tirare le conclusioni sull’efficacia e sull’impatto che l’AICO ha nel rilancio della cooperazione nel comparto industriale. Sicuramente esso rappresenta un passo avanti rispetto alle precedenti fallimentari esperienze.

Se la sua positività, in termini di raggiungimento degli obiettivi preposti, dovesse essere evidente non è esclusa l’estensione di un simile meccanismo anche ad altri settori prima dell’applicazione definitiva dell’AFTA.

 

3.4 Cooperazione nel settore agricolo, forestale ed alimentare

Il settore primario dei paesi ASEAN nonostante abbia diminuito la sua importanza relativa in termini di composizione del P.I.L. (Tabella 3.1), seguendo un cammino naturale simile a qualsiasi altro paese in via di sviluppo, rimane un elemento importante della cooperazione regionale.

Nel 1993 la proporzione di popolazione rurale variava dal 48% delle Filippine (escludendo il Brunei e Singapore) a circa l’80% del Vietnam; la percentuale del settore agricolo sul P.I.L. totale dell’ASEAN era del 29% e variava dal 12% della Thailandia al 29% del Vietnam (THE ASEAN SECRETARIAT 1997).

 

Tabella 3.1 Settore Agricolo in percentuale del P.I.L., 1970-1995

ASEAN-7

1970

1980

1993

1995

Brunei

-

1

1

-

Filippine

28,2

23,5

23

21,9

Indonesia

35

24,1

18

16,3

Malaysia

-

22,9

16

13,9

Singapore

2,2

1,1

0

0,2

Thailandia

30,2

20,2

12

10,5

Vietnam

-

42,7

29

32,2

 

Fonte: Asian Development Bank

 

A parte il Brunei e Singapore, che soffrono di limitate risorse territoriali e demografiche, gli altri paesi (in particolare quelli entrati a far parte più recentemente: il Vietnam, il Laos ed il Myanmar) contano su di un settore agricolo ancora piuttosto forte e specializzato nella coltivazione di riso, gomma, spezie, noce di cocco, olio di palma, legname ed altri.

All’interno dell’ambito agricolo i paesi membri non presentano, tuttavia, situazioni del tutto simili. Alcuni di essi sono specializzati in alcuni campi, altri presentano una struttura agricola più diversificata.

In termini di valore aggiunto i due piccoli paesi sopracitati contribuiscono con solo lo 0,5% sul totale, mentre l’Indonesia, forte della sua estensione territoriale e consistenza demografica, per circa il 40%; le Filippine e la Thailandia si aggirano sul 18% e la Malaysia segue a poca distanza con il 16%. Il Vietnam, sebbene abbia la percentuale più alta nella composizione del P.I.L., contribuisce solo per il 6% (THE ASEAN SECRETARIAT 1997).

Per quanto riguarda la produzione alimentare, nel raggruppamento regionale circa la metà del riso è prodotta dall’Indonesia. Se si sposta la visuale sull’esportazione di questo cereale si nota, tuttavia, che i maggiori trafficanti sono il Vietnam e la Thailandia. Quest’ultimo paese è anche un esportatore di carne.

Il settore della pesca, in acqua dolce e salata, è abbastanza sviluppato, complice l’abbondante presenza della flora ittica.

Le risorse forestali sono molto estese e coprono quasi la metà del territorio ASEAN. La loro diffusione all’interno di ciascun paese differisce, tuttavia, in maniera sostanziale andando dal 26% della Thailandia al 59% dell’Indonesia (dati del 1992) (THE ASEAN SECRETARIAT 1997).

Lo sfruttamento eccessivo in alcune parti ha amplificato le preoccupazioni ambientali ed è stato oggetto di discussione in ambito infraregionale.

 

Cooperazione nel settore alimentare

Nell’ottica della cooperazione l’ASEAN ha stabilito già da tempo di istituire una riserva alimentare di sicurezza (AERR) a livello regionale. Secondo questo progetto ciascun paese deve contribuire, in varia misura, a costituire una sorta di fondo alimentare comune in riso (all’inizio di circa 50000 tonnellate).La Thailandia, seguita a ruota dall’Indonesia e dalle Filippine, sono i maggiori contribuenti. La possibilità di attingere da questo fondo é data a quei paesi che, colpiti da calamità naturali o da forte sottoproduzione, non sono in grado di soddisfare la domanda interna con le proprie riserve o con transazioni commerciali. L’aspetto particolare di questa forma di assicurazione contro gli eventi negativi é data dal meccanismo bilaterale e non multilaterale posto in essere, per cui il paese in stato di necessità chiede direttamente ad uno od altri paesi per un ammontare non superiore alla sua quota di contribuzione.

A sostegno della cooperazione in questo campo vi era un apposito comitato (COFAF), a sua volta suddiviso in sottocomitati e gruppi di lavoro, che si incontrava regolarmente. A partire dal summit di Singapore del 1992, però, le competenze sono passate al vertice fra gli alti funzionari (SOM) facenti capo ai rispettivi ministri dell’agricoltura e foreste (AMAF) a cui fanno capo undici organismi sussidiari (l’AFSRB è uno di essi).

L’ASEAN Food Security Reserve Board (AFSRB) è posto a coordinamento di gran parte dei progetti volti alla cooperazione alimentare, agricola e forestale. Esso, inoltre, funge da centro studi sulla situazione alimentare regionale e mondiale, sulle politiche agricole in generale e promuove le revisioni periodiche della riserva alimentare di sicurezza.

Su suggerimento dell’AFSRB, ad esempio, è stato incrementato il fondo a 67000 tonnellate in occasione dell’entrata del Vietnam nel 1995 ed una misura analoga è stata presa allorché, due anni più tardi, entrarono il Laos ed il Myanmar; attualmente esso raggiunge le 84000 tonnellate.

In conformità ai suggerimenti della FAO a partire dal 1998 sono state portate avanti delle iniziative dirette alla costituzione di un sistema informativo sulla sicurezza alimentare (AFSIS). Tale sistema, sfruttando le enormi potenzialità di diffusione di Internet, si prefiggerà l’obiettivo di aiutare i paesi membri nella gestione, pianificazione e previsione dell’offerta di prodotti alimentari di base e di fornire informazioni utili ai potenziali investitori.

L’attuale Accordo Ministeriale sulla cooperazione ASEAN nel settore alimentare, agricolo, della pesca e forestale prevede delle priorità di intervento nelle seguenti aree:

  1. rafforzamento della sicurezza nel settore alimentare.

  2. facilitazione e promozione del commercio interno ed esterno all’ASEAN relativo all’agricoltura, alla pesca, ai prodotti forestali.

  3. creazione e trasferimento tecnologico per aumentare la produttività e sviluppare l’attività industriale e commerciale connessa con l’agricoltura (agribusiness) e le foreste (silvobusinness).

  4. sviluppo delle risorse umane, comunitarie ed agricole.

  5. coinvolgimento ed investimenti da parte del settore privato

  6. gestione oculata e conservazione delle risorse naturali per uno sviluppo sostenibile.

  7. rafforzamento della cooperazione ASEAN e realizzazione di linee comuni nell’affrontare i problemi regionali ed internazionali.

Per ciascuna di queste aree d’intervento prioritario, i paesi membri hanno sviluppato un programma d’azione settoriale comprendente l’aspetto della coordinazione delle politiche, la ricerca, il trasferimento tecnologico, la produzione, il marketing la promozione degli investimenti.

Lo scopo di questo accordo é quello di aumentare l’efficienza nella gestione dei diversi settori attraverso l’ammodernamento tecnologico, l’accrescimento della conoscenza del mercato, il miglioramento della competitività a livello dei prezzi, l’espansione internazionale del mercato, e lo sfruttamento di vantaggi tecnologici ed organizzativi (THE ASEAN SECRETARIAT 1997).

I programmi d’azione settoriale, assieme alle raccomandazioni date dai vari gruppi di lavoro sorti a seguito del passaggio dal COFAF all’AMAF, sono stati ripresi dai ministri dell’agricoltura e foreste (AMAF), nel 1994, ed incorporati nel Programma d’azione a medio termine 1995-1999 per la cooperazione nel settore alimentare, agricolo, della pesca e forestale. Questo piano d’azione estendeva a sedici i progetti da implementare in un ottica collaborativa tra i paesi membri. In relazione allo sviluppo agricolo sostenibile (punto f) tale programma prevede l’allineamento delle future misure al dettato dell’AGENDA 21 e della Dichiarazione dei Principi sulla Gestione, la Conservazione e lo Sviluppo Sostenibile di tutti i tipi di Foreste adottato dall’UNCED. Misure analoghe erano state intraprese con la Risoluzione di Giacarta sullo Sviluppo Sostenibile del 1987. Questo programma auspica, inoltre, il rafforzamento dei legami con le organizzazioni internazionali (FAO, ITTO, UNCED, GATT, INRA) e con i paesi sviluppati e, a livello organizzativo, istituisce delle nuove figure di coordinamento responsabili per ogni settore d’intervento della sua implementazione.

 

3.5 Cooperazione nel settore energetico

L’obiettivo che la cooperazione si prefigge in questo campo è quello di diversificare, sviluppare, sfruttare efficientemente e conservare, in un ottica di sostenibilitá, le risorse energetiche e minerarie.

I documenti fondamentali che interessano questo settore sono:

  1. Accordo di Cooperazione Energetica (1986).

  2. Programma d’azione a medio termine per la cooperazione energetica (1995-1999).

  3. Protocollo emendatorio sull’Accordo di Cooperazione Energetica (1995).

  4. Protocollo emendatorio sull’Accordo di Cooperazione Energetica (1997).

Il primo accordo ha previsto sei aree d’intervento: pianificazione, sviluppo energetico, conservazione, formazione, offerta energetica e scambio di informazioni.

In particolare, analogamente a quanto previsto nel settore alimentare, è stato introdotto un sistema di sicurezza inerente le risorse petrolifere. In base ad esso, il paese che si trova eccezionalmente in una situazione di scarsità di petrolio può fare riferimento, sotto determinate condizioni, al paese che gode di una sovrapproduzione.

Il protocollo emendatorio del 1995 ha raffinato l’Accordo del 1986, mentre quello del 1997 ha essenzialmente permesso, attraverso la modifica di alcuni articoli dello stesso Accordo, l’adesione del Vietnam e di possibili nuovi membri.

Il programma d’azione quadriennale, in linea con l’accordo del 1986, sta tuttora rafforzando la cooperazione infraregionale attraverso lo sviluppo dello sfruttamento del gas naturale, la ricerca di fonti alternative e l’accrescimento formativo del management interessato.

Esso, inoltre, ha configurato degli interventi per quello che concerne la fornitura elettrica, il carbone, il petrolio, il gas, le risorse geotermiche, le fonti nuove di energia e quelle rinnovabili, la conservazione e l’efficienza energetica, la diversificazione delle fonti, l’impatto ambientale e, più in generale, la politica energetica.

Nel campo della fornitura elettrica appare significativa la scelta di rafforzare l’interconnessione infraregionale attraverso lo sviluppo di una rete comune di elettrificazione e la standardizzazione delle centrali e delle apparecchiature. Un’analoga misura è in fase di svolgimento per quanto riguarda il dispiegamento di condutture per il gas.

Ultimamente è stato dato particolare rilievo alla commercializzazione ed all’utilizzo di fonti rinnovabili attraverso lo sviluppo della produzione e la promozione del commercio infraregionale di apparecchiature idonee a questo scopo (sistemi fotovoltaici, scaldabagni solari, generatori eolici).

Quest’ultimo aspetto dimostra come l’interesse di questi paesi verso la tematica ambientale, in un'ottica di sviluppo sostenibile, non sia lasciata in secondo piano.

Lo spirito cooperativo non è venuto meno con l’avvento della crisi. Il progetto di una rete elettrica e di condutture del gas a livello infraregionale continua.

In relazione al primo aspetto sono state portate a dieci le interconnessioni elettriche fra diversi paesi (fra cui quella tra Tailandia e Laos e quella tra Vietnam e Laos).

A livello organizzativo è operativo da quest’anno il nuovo Centro per l’Energia ASEAN (ACE), con sede a Giacarta.

Questo è un passo importante per lo sviluppo della cooperazione energetica, se non altro per il fatto che tale Centro gode di notevole autonomia.

Oltre a possedere autonomia giuridica il centro può, nell’esercizio delle sue funzioni, operare come segue:

Sotto queste premesse il Centro sembra poter adempiere autonomamente alle attività congiunte di sviluppo, coordinamento e facilitazione della cooperazione nel settore energetico.

Un analisi dell’efficacia operativa di questo organismo, a pochi mesi dal suo concepimento, sembra ancora prematura.

 

3.6 Cooperazione nei trasporti, nelle comunicazioni e nel turismo

A differenza di altri raggruppamenti regionali, quali la UE od il NAFTA, i paesi del Sud-est Asiatico non sono in gran parte confinanti in modo diretto. La presenza di stati sotto forma di isole, singole o in arcipelaghi, penisole e catene montuose rendono difficili le comunicazioni ed i trasporti infraregionali.

A parte la componente continentale costituita da Malaysia, Thailandia, Singapore, Vietnam, Laos e Myanmar in cui sono fattibili progetti di infrastrutture di comunicazione via terra la restante porzione, costituita da Indonesia, Filippine e Brunei, è naturalmente imbrigliata in aree di cooperazione strettamente legate al settore navale od aeronavale.

In un simile contesto esistono dei limiti fisici oggettivi entro cui la cooperazione ASEAN in questa materia può operare. L’obiettivo principale che i paesi ASEAN si prefiggono perseguendo una politica cooperativa nel campo dei trasporti è quello di incrementare i legami e ridurre le distanze reciproche nel traffico delle persone e delle merci.

Inizialmente la cooperazione nel settore dei trasporti terrestri, aerei e navali era affidata ad un comitato apposito. Preminenza era data alla facilitazione dei commerci infraregionali. In questa direzione andava la Risoluzione ASEAN sulle spedizioni ed il commercio, adottata dal vertice dei ministri economici nel 1980, che evidenziava l’importanza delle spedizioni e delle infrastrutture portuali per lo sviluppo del commercio regionale. Erano gli anni in cui si tentava, con scarsi risultati, di creare un servizio di linea navale ASEAN. Le iniziative legate alla predetta risoluzione non ebbero, in generale, gli effetti sperati.

Nel settore delle comunicazioni i programmi quadriennali succedutisi negli anni ’80 portarono alla realizzazione di un servizio di remittenza ed al cablaggio sottomarino tra i vari paesi fra cui, spiccava come fulcro, Singapore.

Il Programma d’azione nei Trasporti e nelle Comunicazioni del 1992-1996 identificò delle aree di cooperazione politica, economica, tecnica, istituzionale e sotto l’aspetto dello sviluppo delle risorse umane e della condivisione delle informazioni e delle conoscenze acquisite (THE ASEAN SECRETARIAT 1997).

L’Accordo Strutturale per il Rilancio della Cooperazione Economica ASEAN del 1992 stabilisce di "accrescere ulteriormente la cooperazione regionale per fornire delle infrastrutture di trasporto e comunicazione innovative, efficienti e sicure e continuare a migliorare e sviluppare i sistemi postali e di telecomunicazione al fine di erogare servizi efficienti, ad alta qualità ed orientati alla clientela".

Dopo alcuni ritardi che fecero slittare il Piano d’azione 1992-1996 al biennio successivo, il primo vertice tra i vari ministri dei trasporti ASEAN, tenutosi nel 1996, si occupò di gestire e sviluppare i programmi connessi alla realizzazione delle sette idee guida previste dal piano stesso:

  1. sviluppo del commercio e dei trasporti multimodali.

  2. interconnessione nelle telecomunicazioni.

  3. armonizzazione delle leggi, delle regole e dei regolamenti in materia di trasporto su strada.

  4. miglioramento della gestione dello spazio aereo regionale.

  5. sicurezza del trasporto marittimo e prevenzione dell’inquinamento navale.

  6. sviluppo delle risorse umane.

  7. politica diretta all’ottenimento di servizi aerei competitivi.

A questi obiettivi si aggiungevano quelli inerenti il trasporto aereo via cargo (ACTS), il cablaggio a fibre ottiche sottomarino ed altri ancora.

Nel campo postale è stato introdotto un servizio di posta espressa (EMS) ed è stato migliorato l’aspetto filatelico e della sicurezza postale.

Nel settore delle telecomunicazioni l’iniziativa maggiore è stata presa in questi ultimi anni dal settore privato, anche attraverso lo sviluppo della telefonia cellulare e dell’offerta televisiva. A questo proposito Malaysia, Thailandia e Filippine rientrano tra i primi dieci paesi del continente asiatico in quanto a servizi connessi alla telefonia mobile. La cooperazione nel campo televisivo si estende alla produzione ed alla diffusione di programmi regionali.

Nel settore delle spedizioni e dei trasporti via nave si sta cercando di implementare un sistema multimodale e di armonizzare le legislazioni ed i regolamenti nazionali, avendo cura anche di rendere compatibili i traffici. Particolare attenzione è stata data alla estensione delle infrastrutture portuali secondo questi dettami di compatibilità.

L’azione cooperativa dell’ASEAN tocca anche l’aspetto del turismo, sia interno alla regione che internazionale. Delle facilitazioni interne sono state previste nel campo doganale ed automobilistico: è stato eliminato il visto per i cittadini ASEAN ed è riconosciuta la patente di guida di qualsiasi paese membro. Dal lato della promozione esterna è stato istituito in Giappone, sin dai primi anni ’80, un Centro per il Commercio, gli Investimenti ed il Turismo che evidenzia ancora una volta l’importanza che il paese nipponico ha nel contesto asiatico e, in particolare, per l’ASEAN. La percentuale di turisti giapponesi si aggira sul 10% ed è seconda dopo quella degli stessi cittadini ASEAN (circa il 40%).

Margini di miglioramento possono essere trovati nel miglioramento delle infrastrutture turistiche (mezzi di trasporto, strutture alberghiere e cosi via) e nello snellimento burocratico delle procedure di immigrazione e transito.

La filosofia intrapresa dai paesi ASEAN in questo campo é tesa allo sviluppo di un turismo sostenibile, capace di preservare le risorse artistiche, culturali ed ambientali.

Lo sviluppo del turismo interno può aiutare gli abitanti della regione ad amplificare il proprio senso d’appartenenza all’associazione regionale ed a sviluppare un identità comune, pur nel rispetto delle profonde diversità etniche, culturali, linguistiche e religiose.

A tal fine, lo sviluppo del mezzo televisivo ed in generale delle telecomunicazioni infraregionali potranno rivestire un ruolo altrettanto decisivo.

 

3.7 Cooperazione nel settore bancario e finanziario

La cooperazione nel settore finanziario non è mai stata continuativa e sistematica nel periodo antecedente l’introduzione dell’AFTA. A parte l’Accordo Swap del 1977, l’Accordo per la Promozione e la Protezione degli Investimenti del 1987 ed altri interventi organizzativi ed operativi minori non si è assistito ad un grande interesse in questo campo.

Un risveglio di tale interesse si è avuto agli inizi del 1997, quasi a presagire l’avvento della crisi finanziaria, allorché si è assistito per la prima volta al Vertice dei Ministri delle Finanze ASEAN (AFMM).

In questa occasione sono stati siglati due nuovi accordi in materia finanziaria e doganale:

     

  1. Intesa Ministeriale sulla Cooperazione Finanziaria

  2. Accordo ASEAN sulle Dogane

Il primo documento fornisce l’area di azione in cui gli sforzi cooperativi avrebbero dovuto concentrarsi:

Esso, inoltre, predispone una serie di attività che avrebbero rappresentato il cuore della cooperazione finanziaria. Fra esse lo scambio di vedute sulle politiche macroeconomiche intraprese per lo sviluppo, il miglioramento della trasparenza in questo settore, la sponsorizzazione di incontri ad alti vertici per lo studio di misure più efficienti ed attraenti a sostegno della regione quale baricentro di investimenti e strumenti finanziari, la promozione dei legami tra pubblico e privato nell’area finanziaria, lo sviluppo delle risorse umane in questo campo e cosi via.

A livello organizzativo prevede la ricorrenza regolare, in via formale o non, dell’AFMM.

L’Accordo Doganale, seppur non connesso direttamente con la materia finanziaria, ha predisposto alcune misure volte alla facilitazione del commercio infraregionale e dei flussi d’investimento.

L’ultimo vertice dell’AFMM, svoltosi nel marzo di quest’anno, ha affrontato ancora una volta la questione della crisi finanziaria evidenziando una certa fiducia nel risanamento della situazione dei paesi coinvolti. In particolare a testimonianza del rasserenamento in corso i ministri delle finanze hanno evidenziato i seguenti segnali positivi:

Sul piano della cooperazione sono stati riconosciuti i progressi registratisi nei programmi di lavoro intrapresi per implementare le indicazioni del Piano di Hanoi (1998).

Particolare attenzione, a questo proposito, è stata data alle misure di rientro dalla crisi. Gli accordi di pagamento bilaterale sono stati conclusi tra Malaysia e Filippine ed in fase di ultimazione tra Malaysia e Thailandia e tra Malaysia e Indonesia. Nel campo delle assicurazioni è stato istituito un organismo regionale apposito (AIRF) ed è prevista, entro l’anno 2003, l’introduzione di un istituto di ricerca e formazione per le assicurazioni (ITRI).

 

3.8 Cooperazione nel settore degli investimenti

La catalizzazione di investimenti esteri, soprattutto nella loro forma diretta, ha da sempre rappresentato un elemento chiave nello sviluppo della regione quando, a partire dagli anni ’80, si è passati ad una strategia rivolta alle esportazioni.

Non appare strano, dunque, notare come gli sforzi compiuti dall’ASEAN in questo settore della cooperazione siano stati particolarmente rilevanti.

In effetti, gran parte delle misure economiche intraprese nel passato e nel presente (AFTA, AICO ecc.) si pongono come obiettivo indiretto quello di incrementare il flusso di investimenti attraverso la creazione di una zona di libero scambio, il sostegno di produzioni infraregionali, l’armonizzazione degli standard e delle varie procedure presenti in ciascun stato. Tutte queste misure denunciano la volontà dei paesi ASEAN di accrescere l’attrazione che il proprio raggruppamento regionale ha nei confronti dei paesi più sviluppati.

Le misure dirette intraprese per difendere ed incrementare questa capacità d’attrazione sono raccolte essenzialmente in quattro documenti:

  1. L’Accordo ASEAN per la Promozione e la Protezione degli Investimenti (1987)

  2. Il Protocollo emendatorio sull’accordo precedente (1996)

  3. Il Protocollo sul Meccanismo di Risoluzione delle Dispute (1996)

  4. L’Accordo Strutturale sull’Area d’Investimento ASEAN, AIA (1998)

I primi tre documenti sono incentrati sull’aspetto della protezione degli investimenti e sulla creazione delle condizioni necessarie affinché possa esserci fiducia nella decisione d’investimento.

Si garantisce la protezione da qualsiasi forma di espropriazione, il rimpatrio dei capitali, dei profitti e dei dividendi e le modalità di risoluzione delle dispute che eventualmente dovessero sorgere.

L’Accordo Strutturale sull’Area d’Investimento ASEAN (AIA) è attualmente il documento chiave che regola la promozione e la gestione degli investimenti esteri. Esso assieme all’AFTA ed all’AICO rappresenta lo strumento per eccellenza di conservazione e promozione dei flussi vitali per la regione (TAN 1996).

L’AIA è stato concepito nell’ottobre del 1998, in occasione del 30° Vertice dei Ministri Economici ASEAN (AEM).

In base a questo accordo si prevede la realizzazione di un’area di investimento ASEAN entro il 2010.

Ai fini del perseguimento di questo obiettivo, strumentale a quello dell’accrescimento degli investimenti da fonti interne ed esterne, sono state previste alcune misure volte a rendere la regione più competitiva ed aperta:

In sostanza questo accordo cerca di spingere gli stati membri ad eliminare tutte quelle barriere che si frappongono ad un libero e flessibile flusso di investimenti nella regione.

L’implementazione dell’accordo è soggetto a revisione biennale da parte di un organismo costituito ad hoc, il Consiglio AIA. Esso, analogamente a quello previsto per l’AFTA, ha il compito di seguire l’evoluzione dell’AIA e verificarne l’aderenza agli obiettivi preposti.

Alcune proroghe nell’attuazione dell’accordo sono state accordate ai nuovi paesi membri in virtù del loro differente grado di sviluppo. L’eliminazione della Lista Temporanea di Esclusione sarà eliminata dal Vietnam nel 2013, mentre dal Laos e dal Myanmar nel 2015.

Sebbene sia troppo presto per giudicare sulla bontà di queste misure pro-investimenti, le scadenze per l’implementazione dell’AIA appaiono molto lontane. Non sembra fuori luogo presupporre che, analogamente a quanto avvenuto nel caso dell’AFTA, ci sia una revisione volta ad accelerare i termini di attuazione.

 

3.9 Cenni sulla cooperazione nel campo dei servizi e nel settore privato

La decisione di intraprendere la politica di cooperazione anche nell’area dei servizi è stata presa in occasione del summit di Bangkok del 1995.

I leader di governo hanno, infatti, siglato un Accordo Strutturale sui Servizi che ha dato inizio ad una serie di negoziazioni protrattesi sino alla fine del 1998.

L’attenzione di queste negoziazioni si è concentrata su sette aree d’intervento:

A parte queste misure, peraltro allo stato iniziale, non sembra che la cooperazione in questo settore abbia ancora avviato la giusta marcia.

Per quanto riguarda il settore privato, gli anni ’90 hanno visto rivalutare l’importanza che esso ha nella corretta implementazione dei progetti cooperativi.

Questo fenomeno si è appurato sia a monte, allorché i preziosi consigli pervenuti dal settore privato hanno permesso di configurare misure di cooperazione più aderenti al mercato, e sia a valle in relazione ad un processo di feedback che ha fornito utili informazioni al miglioramento dei progetti cooperativi in corso.

In questa nuova ottica il settore privato è stato più volte chiamato ad interagire maggiormente con gli organismi istituzionali nelle scelte cooperative intraprese ed a partecipare attivamente al loro sviluppo ed alla loro buona riuscita.

A questo proposito sono state stabilite regolari consultazioni tra gli Alti Funzionari Economici ASEAN ed i rappresentanti delle cosiddette Camere di Commercio ed Industria, e tra esponenti ad alto livello del settore privato ed i ministri economici ASEAN. In supporto a queste relazioni è stato istituito un apposito Segretariato (ASEAN-CCI) con sede a Giacarta.

     

È possibile consultare alcune mappe ed immagini sull'ASEAN e sul Sud-Est Asiatico.

 

 

 

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